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Due chiacchiere con...

La 1° del Pocho!

Il Napoli a Castelvolturno ha in programma un “doppio”. Mister Reja in una splendida giornata di sole, dirige una doppia seduta inframmezzata dalla prima volta di Ivan Ezequiel Lavezzi davanti alla stampa. Assenti i nazionali Hamsik e Gargano, gli azzurri sono al completo; l’umore della truppa però è decisamente variabile. Dalla Bona appare visibilmente distaccato e provato da una situazione che lo vede lontano dal campo, ma anche dalla panchina. Umore in calo anche per l’idolo (o forse andrebbe scritto ex idolo…) Emanuele Calaiò, per molti in partenza alla riapertura del mercato. Tra una seduta e l’altra, e dopo aver pranzato all’Holyday Inn di Castelvolturno, sfilano tutti davanti all’ingresso della sala stampa per rientrare nello spogliatoi, pronti per l’allenamento pomeridiano. Tutti tranne due: il Pampa Sosa e il “Pocho” Lavezzi atteso dai giornalisti sin dalle 11.30 per la sua “prima volta”. Il nuovo fenomeno argentino del Napoli e il bomber sempre pronto che gli fa da “tutor” vanno dritti a rispondere alle domande. Il Pampa farà da interprete e spalla al giovane collega. Il loro ritardo è giustificato dall’ufficio stampa Baldari che nel frattempo ha provveduto ad ordinare tramezzini al prosciutto per i tanti colleghi presenti. La motivazione è “affari personali” ai quali Lavezzi non poteva proprio sottrarsi, dopo aver chiuso l’allenamento del mattino in palestra da solo e successivamente pranzato.
Pronti via, la prima domanda è sulla sua nuova condizione di sorvegliato speciale dalle difese avversarie, che forse imporrebbe una maggiore attenzione, ma soprattutto tutela da parte degli arbitri. Passata la domanda al Pampa, il furetto argentino un po’ distaccato (e quasi freddo) risponde che  il calcio è anche questo. Dice non sentire il bisogno di chissà quale protezione, perché fino a che si gioca al calcio secondo il regolamento, va bene tutto. Il Pocho è sibillino e dimostra decisamente poca attenzione a quello che non è una palla che rotola da spingere nella rete avversaria!
Gli facciamo notare che rispetto alle prime uscite, con il suo modo di giocare, diventando apparentemente più prevedibile, si sia allontanato dalla prima punta (Zalayeta, ndr.). In poche parole e pochissimi movimenti del capo, “il fulmine” conferma, dicendo che in allenamento con Mister Reja stanno provando proprio questo, per poter essere più efficaci la domenica.
Le domande, inevitabilmente scivolano sugli avversari incontrati fino ad ora (Lavezzi glissa su tutti, quasi che Ibra potesse essere paragonato  ad Acquafresca  del Cagliari o Mesto dell’Udinese), riducendo tutto ad una questione numerica:”si gioca 11 contro 11 in ogni caso, alla fine conta sempre la squadra”. Il paragone e la sfida con il reuccio di Roma, Francesco Totti non sembra stuzzicarlo: “Io gioco per il Napoli e per i napoletani, chi c’è contro di noi è un avversario. Il resto non mi interessa!”
Inevitabile la domanda sulla classifica del Napoli. La risposta è il rammarico di aver perso punti con Cagliari e Genoa. Per il resto, il “delantero” di  Santa Fè, non fa drammi, del resto il campionato è lungo e c’è tanto tempo davanti per migliorare.
Poche parole, pochi gesti ma l’evidente capacità di respingere tutte le “trappole” della stampa. Questo è in sintesi il “Pocho” che, spalleggiato dall’amico Pampa Sosa si divincola dal paragone con Messi con un sibillino “Io devo dimostrare tutti e lui ha fatto già tantissimo”, rimandando al mittente la domanda sul partner ideale in attacco, esprimendo quasi candidamente la volontà di guadagnare lui per primo (ed in tutti gli allenamenti), il posto in squadra.
L’ultima frase è per Napoli. La città per ora la vive poco. Gli piace tantissimo anche se ha voglia di scoprirla piano piano. Tutt’altro discorso è per la velocità nel dribblare domande e giornalisti. Ezequiel in questo è un vero fulmine. Solo pochi secondi ed è fuori dalla sala stampa.
Lui preferisce correre via a giocare a pallone. Per ora sembra essere l’unica cosa che gli interessa…

Salvatore Siviero


Ezequiel Lavezzi

“Diego Maradona è unico. Io sono Ezequiel Lavezzi e sono qui a Napoli per dimostrare chi sono”. Il campioncino di belle speranze che viene dall’Argentina, patria dell’idolo di sempre dei napoletani, si è presentato così, a Castelvolturno, alla sua nuova squadra ed ai suoi nuovi tifosi.
Ivan Ezequiel Lavezzi, attaccante di 22 anni, stile di gioco modello “furetto imprendibile”, e la serenità di chi sa che il paragone con Diego non lo potrà reggere mai, entra in punta di piedi nel clamore di Napoli. Laggiù, dove la passione per il calcio è enorme e il popolo che vive all’ombra del Vesuvio sembra mettere tutto il resto in secondo piano, Marino lo ha voluto con gli azzurri per la fantasia e la tecnica che riesce ad esprimere in campo.
Per lui, il club di De Laurentiis, che lo ha prelevato dal San Lorenzo de Almagro, ha speso 6 milioni di euro, assicurandoselo per 5 stagioni.
Nato a Governador Gálvez, Santa Fè, il 3 maggio 1985, Ivan “el Pocho” (cioè “il fulmine”) Lavezzi, viene su respirando l’aria della Bombonera.
Tra i 10 ed i 17 anni è infatti nelle giovanili del Boca Juniors, una specie di Napoli d’Argentina, per la miriade di sensazioni forti che il gioco del calcio regala da quelle parti.
L’Estudiantes di Buenos Aires gli da fiducia, facendolo giocare nella squadra che disputa la terza serie.
I tifosi si innamorano di lui e insorgono quando nel 2005, viene ceduto al Genoa per 1 milione di euro.
La squadra genovese non lo può tesserare per questioni di passaporto e lui rimane in Argentina, parcheggiato al San Lorenzo.
Gioca il campionato Clausura, facendosi apprezzare dai critici e mettendo a segno 4 reti nella sua stagione d’esordio al massimo livello del calcio argentino. Nell’estate 2005 dovrebbe tornare al Genoa che torna in Serie A. La sua esperienza italiana però non potrà avere inizio: il Genoa retrocede in C1, per le note vicende di illecito sportivo legate al Presidente Preziosi.
A questo punto il San Lorenzo acquista definitivamente il suo cartellino. L’investimento frutterà ben 25 reti in 84 partite con lo storico titolo del Campionato Clausura 2007.
Ad aprile di quest’anno arriva anche l’esordio nella nazionale Argentina: è il 18 aprile e Lavezzi gioca il secondo tempo dell’amichevole con il Cile, destando una buonissima impressione.
Il giovanotto sa cosa vuol dire vivere per il calcio, ma il Napoli e la sua città apparentemente senza limiti, lo sorprende. Appena entra in sala conferenze all’Holiday Inn a Castelvolturno, dove lui e lo sloveno Marek Hamsik vengono presentati alla stampa, chiede come sia possibile avere tanto traffico e tanta gente per le strade anche in questi giorni d’estate!
Fuori, intorno all’ingresso dell’hotel, i napoletani sono venuti a conoscerlo in tanti.
Sono almeno un migliaio e non fanno che ricordargli che c’è e ci sarà sempre un solo Maradona. Lui non batte ciglio e anzi venera insieme a loro il campionissimo di casa sua…

Ivan, il Napoli è sempre la squadra di Maradona. Come ti senti ad indossare la maglia che fu sua, in un campionato difficile come quello italiano?
Prima di tutto, diciamo che Diego Maradona è unico. Io sono Ezequiel Lavezzi e sono qui per dimostrare quanto valgo. Il paragone con lui è impossibile. La Serie A è un torneo entusiasmante e competitivo come pochi. Sarà stimolante poterci giocare.

Conosci già il nostro campionato? Sai cosa ti aspetta?
Si, in realtà me ne ha parlato il Pampa (Roberto Carlos Sosa, attaccante del Napoli), spiegandomi che è molto difficile e soprattutto c’è tanta pressione. A Napoli poi ci sarà tanta attenzione e interesse su di noi.

Il tuo primo impatto con la città?
Incredibile. Sono sorpreso per quanto traffico e quanta gente gira per le strade. Vedere l’entusiasmo di tutta la gente che è qui fuori è bellissimo. Il fanatismo (che nella sua lingua si traduce con la parola “passione”, ndr.) dei napoletani è travolgente.

Hai la fama di uno che ama il dribbling e la giocata d’effetto.
Certo, si, mi piace divertirmi con il pallone, ma sono qui per mettermi al servizio della squadra.
Ho voglia di vincere con il Napoli e quindi mi piacerebbe far fare tanti gol ai miei compagni.

Hai parlato di gol, quanti pensi di farne?
Non lo so, sono qui per giocare, misurarmi con i grandi campioni che ci sono, e soprattutto far bene con il Napoli. Ma è chiaro che vorrei segnare il più possibile.

In attacco dovresti far coppia con Calaiò. Come pensi di trovarti con lui?
Non ci saranno problemi, Emanuele è bravo tecnicamente. Ci divertiremo a giocare insieme.

El Loco e el Pocho: perché hai due soprannomi?
Beh, il Pocho significa “il fulmine”, e mi fa piacere perché significa che la gente mi vede come un giocatore veloce. Il loco è una specie di invenzione di un giornalista argentino, per il numero 22 (che dovrebbe portare a Napoli, visto che il n°10 è stato ritirato) che nella cabala del mio paese significa il pazzo. È strano, come anche qui a Napoli il 22 sia il numero del “loco”, del pazzo.

Per chiudere torniamo indietro all’inizio della nostra chiacchierata: Diego Armando Maradona.
Il migliore di tutti. Sapere che lui è stato qui, ha giocato e vinto nello Stadio San Paolo è una grande emozione. Saperlo mi ha dato una spinta in più a venire a giocare con la maglia azzurra. Io sono qui per dimostrare quanto valgo.

Salvatore Siviero

Francesco Lodi

Quando ha lasciato Frattamaggiore per Empoli aveva 11 anni e il sogno di diventare calciatore.
Da quel lontano 1995 sono passati più di 10 anni e tante partite, ma la fatica ed i sacrifici di un bambino come tanti, si sono concretizzati: Francesco è un professionista del calcio, e quest’anno ha dato spettacolo davanti al muro di folla del San Paolo, lo stadio del “suo” Napoli.
Il ragazzo ha carattere da vendere e lo dimostra fuori come in campo: “Sono tifoso del Napoli e lo vorrei in Serie A, ma consentitemi di dire che oggi il mio Frosinone ha giocato meglio del Napoli” (post partita di Napoli-Frosinone 1-1 del 2/12/2006, Francesco è davanti ad una trentina di giornalisti partenopei)

Francesco che emozione si prova, da napoletano e tifoso del Napoli, a giocare al San Paolo, contro la squadra del cuore?
È bello, molto forte, perché il San Paolo ti trasmette emozioni incredibili. Da professionista però io devo giocare e dare il massimo per la maglia che indosso, ed io ora gioco per il Frosinone e ho tanta voglia di fare bene in un ambiente che mi ha accolto benissimo.

Quando hai cominciato a pensare di diventare calciatore?
A 11 anni mio fratello Salvatore (i Lodi hanno 8 figli e Francesco è il più piccolo, ndr.) mi ha accompagnato ad Empoli: lì, insieme a lui ho conosciuto il calcio professionistico, attraversando i campi delle giovanili prima, e della prima squadra poi. Mi è costato molto ma ci ho sempre creduto.

Ma perché un bambino lascia famiglia e casa per inseguire un pallone?
Sai, il calcio è il gioco più bello del mondo. Secondo me, senza “il pallone” non si andrebbe avanti. Pensa che tanti amici si sono lamentati con me perché secondo loro la pausa di Natale è stata troppo lunga. Senza calcio loro non possono stare nemmeno una settimana. E neanch’io!


La tua prima scuola di calcio?
La strada. Penso che tutti comincino più o meno da lì. Poi c’è stata la Scuola Calcio Oasis di Frattamaggiore e quindi, come ti ho detto, direttamente l’Empoli dove sono cresciuto come uomo e come calciatore.

Quanto è lontano quel calcio, fatto di divertimento e tanti tanti gol con le porte fatte dagli zaini della scuola, oggi che viviamo la prima stagione dopo calciopoli?
Ti dico solo che quello che abbiamo sentito tutti è la parte in assoluto più brutta del gioco del calcio. Il calcio è divertimento e passione di tantissime persone. Non può essere quello che hanno sbattuto su tutti i giornali.
 
Calciopoli, in qualche modo ha prodotto la Super Serie B di quest’anno: chi la vince?
La Juventus! Poi vedo bene il Napoli, il Bologna, il Mantova (che ha anche battuto la Juve), il Genoa ed il Rimini che nonostante il calo rispetto all’inizio della stagione è lì tra le prime.
Beh, se lo dice uno che già fermato sul pari Juventus e Napoli e oltre la casacca del neo-promosso Frosinone, veste spesso la casacca azzurra della Under 21, allora c’è da crederci…

Salvatore Siviero



Carlo Mazzone

Mister Mazzone ha fatto due chiacchiere con noi. Lui fa parte della storia del calcio italiano. Ecco uno stralcio dell'intervista a firma Salvatore Siviero, in uscita su Calcio 2000 in questi giorni). Chissà che un giorno non lo si possa vedere all'Ulysse...
Calciopoli non lo se esiste. So però che c'era molta gente sleale e non tutti quelli che si è detto erano capaci di falsare un risultato"
 
"Baggio è tra quelli che hanno inventato il calcio. Certo che potrebbe giocare!"
 
"L'Italia 2006 è caduta a fagiolo. Ha messo in secondo piano tante magagne che fanno male a chi ama il gioco del calcio"

Carlo Mazzone, 70 anni, “romano de Roma”, è l’allenatore che più volte di tutti si è accomodato su una panchina di Serie A. Il 18 marzo 2006, alla guida del Livorno affronta la Juventus e eguaglia  il record di presenze di Nereo Rocco: più tardi lo fisserà a 795! Tutto comincia ad Ascoli.
Ce ne parla proprio lui:
Devo gratitudine al presidente Rozzi. E’ stato lui ad offrirmi la possibilità di emergere.
Ricordo che ero gravemente infortunato (frattura alla tibia) dopo un derby giocato allo "Zeppelle". Rozzi non era ancora il presidente dell’Ascoli. Avevo provato a tornare a giocare ma ero in difficoltà; lui capì subito il mio dramma; mi conosceva come un giocatore generoso, così mi offrì di curare il settore giovanile. Quindi arrivò la prima squadra in C e poi il resto lo sapete…

Mister cos’è il calcio per lei?
Il calcio è il gioco più bello del mondo. Per vincere bisogna saper stare alle regole del gioco ed essere bravi e fortunati. L’ho sempre vissuto con passionalità (“sono romano e ho sempre pensato da romano”, ci dice convinto) e ho cercato di non farci entrare mai la politica. Nello spogliatoi poi, volevo che i ragazzi si comportassero da uomini sempre e comunque. Uno dei miei dettami era farli crescere come giocatori e uomini insieme. Mi ispiravo a Rocco. Sono fiero di aver battuto il suo record.
Dico sempre che di diverso tra il suo essere allenatore ed il mio, c’era solo il romanesco; che grande persona era! E che grande gioco è il calcio! È fatto di partite ma anche di episodi che la gente non vuole cancellare dalla memoria. E a pensarci, il bello è che tutte le partite che hanno deciso qualcosa sono a loro modo indimenticabili. Indimenticabile può essere Italia-Francia, finale dei mondiali e la stessa cosa, per esempio, nel cuore dei romani può essere anche solo uno dei tanti derby, che però ti regala qualche settimana di sfottò da dedicare agli sconfitti.

Mister, visto che stiamo parlando di partite indimenticabili, ci racconta di qualcuna che le è rimasta impressa nella memoria?
Mò come faccio! Ce ne sarebbero tante (dice il Carletto nazionale nel suo amato romanesco). Facciamo così, “damme na mano”.
Poi la memoria lo porta ad Ascoli:
Siamo alla 30° giornata, Serie A 1982/83. Ad Ascoli, ci giochiamo la salvezza contro il Cagliari.
È un dentro o fuori: chi perde va in B. E’ l’Ascoli di De Vecchi, Nicolini e Greco. La tensione è altissima ma noi riusciamo a portarci in vantaggio 1-0 (rete di Greco al 26’, ndr.). A poco dalla fine, Nicolini davanti alla nostra porta riesce a controllare un rimpallo strano e evita che la palla finisca in rete. Sarebbe stata la fine per noi! Sul ribaltamento di fronte, il caso vuole che propri a lui capiti un pallone a volo, più o meno a metà campo: Nicolini tira da lontanissimo e segna. Non capisco più niente; è il 2-0 che ci lascia in A. Mi ritrovo a festeggiare in mezzo al campo!

Beh, visto che mi ha chiesto aiuto, la porto con la mente ad un’altra sua famosissima corsa…
“Eh lo so a che te riferisci” (il romanesco è ormai la lingua ufficiale della nostra intervista). Devi sapere che io gliela avevo promessa. Me ne avevano dette di tutti i colori. Da “Mazzone figlio di…” , a “Romano di m…” e così per tutto il tempo. Io gli ho risposto per le rime, perché certe cose proprio non le reggo, e poi quando Roberto (Baggio) ha messo dentro il 2-3, ho cominciato a credere che avremmo preso almeno il pareggio. Il 4° uomo continuava a dirmi di stare calmo. Io ero fuori di me dall’emozione e così gli dicevo di non preoccuparsi e scrivere tutto, tanto se avessimo pareggiato sarei andato a dirgliene quattro sotto la curva.

Detto fatto: Baggio segna e lei corre…
Non ci credevo. Ero contentissimo. Potevo sfogarmi!

Quest’estate noi italiani ci siamo “sfogati” dopo 24 anni. Che differenza c’è tra l’Italia di oggi e quella dell’82?

Nel 1982 ero in Spagna, e tranne la finale ho visto tutti gli incontri degli azzurri. Nei limiti della discrezione, mi intrattenevo spesso con i ragazzi, nel ritiro. Ricordo belle chiacchierate con Antognoni, e soprattutto mi ritorna in mente la convinzione in un gruppo che cresceva partita dopo partita. Sentivo che in loro la fiducia e le possibilità di vincere il mondiale, aumentavano ad ogni buon risultato.
Il Mondiale 2006 è caduto a fagiolo! In un colpo solo, il gruppo di Lippi ha messo in secondo piano le tante difficoltà del calcio italiano. La vittoria finale, meritata, ha ridato credibilità a tutto il sistema italiano del calcio.
A proposito di Nazionale. È vero che Pirlo dove gioca oggi lo ha pensato lei?
Lui non voleva giocare davanti la difesa. Un giorno l’ho preso da parte e gli ho detto: “se tu ti abbassi con la qualità tecnica, la facilità di calcio che hai, penso che ti puoi divertire di più. Quanti gol hai fatto? Ti dico che ti diverti e ne fai anche di più se giochi in quel ruolo. Proviamo per due settimane e vediamo. Alla fine mi ha dato ragione, ed eccolo lì…”

Mister, nella sua carriera ha visto tanti campioni. Ci parla di qualcuno che le è rimasto impresso nella mente?

Non mi piacciono le classifiche però ti dico che il migliore di sempre è sicuramente Maradona. Tanti dicono Pelè, però lui non ha mai subito la tatticità e le pressioni del calcio europeo. Già solo i raddoppi di marcatura che subiva Maradona ti dicono quanto fosse difficile realizzare quelle giocate meravigliose che dispensava ogni domenica.

E Totti?
Totti ha sostituito un altro grandissimo romano e romanista nel cuore dei tifosi giallorossi, “il principe” Giannini. Non faccio mai paragoni tra i miei ragazzi, quindi non sto qui a dirti chi è meglio, però ti dico che Totti merita di essere il simbolo della Roma e dei romani (giallo-rossi).
Mi ricordo che quando è arrivato, in mezzo a Giannini e Aldair si trovava a meraviglia; sembrava giocasse con loro da sempre. E poi segna, fa segnare e propone sempre soluzioni diverse alla squadra. Che volete di più da un giocatore?

Di Baggio che ha compiuto 40 anni in questi giorni cosa ci dice?
Baggio è uno di quelli che hanno inventato il calcio. Qualche volta ci sentiamo al telefono. Per il suo compleanno mi ha invitato; gli avevo preso pure un pensiero, ma una brutta influenza mi ha tenuto a casa. Baggio calciatore non si discute. Ha avuto una splendida carriera ma pensa senza quel ginocchio malandato cosa avrebbe potuto fare. È stato sfortunato negli USA. perché lì avrebbe meritato di vincere la Coppa del Mondo.
Io non lo so che rapporto avesse con gli altri allenatori. Dico solo che quando era in campo, faceva tutto quello che gli chiedevo. Era disponibilissimo e sempre da esempio per gli altri. Certo è che non gli potevo chiedere di fare pressing a tutto campo, però con qualche “trucchetto”, lo facevo rientrare a dare una mano ai compagni a centrocampo. Mi ricordo che durante la fase difensiva, per evitare che il reparto fosse in inferiorità numerica, gli dicevo di stare solo nella zona di centrocampo. Una cosa tipo: “A Robè, tu stai da quelle parti, tanto lo vedi, è un cerchio grande”.
E lui indietreggiava. E spesso ci faceva vincere.
Che gli dovevo chiedere di più!....

Fonte Calcio 2000 (Salvatore Siviero)


Gigi Finizio è cantante, compositore, attore, ma soprattutto, è uno a cui piace tanto la musica.
Scrive parole e note, ed esprime con il canto la sua voglia di vivere un mondo semplice, fatto di colori e ritmo. Scrive dell’amore fatto di piccole e grandi delusioni, e scrive dell’amore per Napoli, la terra che ama. Gigi però scrive anche perché i bambini possano avere un futuro migliore. “Loro sono la vita, il nostro futuro”, dice con enfasi e determinazione.
Un giorno sceglie di cantare la musica e la speranza di un gruppo di ragazzi di Scampia, il quartiere troppo spesso simbolo del malessere della terra all’ombra del Vesuvio.
Respira musica fin da piccolissimo fino a che, ormai adulto, ci dice (convinto) di non poterne più fare a meno...
La conversazione con Gigi, prende subito la via di quella che in napoletano si chiama “confidenza”. È lui a chiederla, ed è lui ad avviarla con la semplicità di un uomo che trasmette facilmente il suo stile di vita fatto di spontaneità e voglia di positività.
È appena rientrato da Milano, dove ha partecipato, insieme ad altri grandi nomi della musica come Gigi D’Alessio, Nomadi, Enrico Ruggeri, Matia Bazar, Povia, Luca Dirisio, Gatto Panceri, al concerto  “Musicamore” per “Cuore di bimbi”, un grande evento romantico organizzato dalla Fondazione “aiutare i bambini” Onlus e da Radio Italia, per festeggiare San Valentino e fare del bene. “Cuore di bimbi”, infatti è il progetto creato con l’obiettivo di salvare 100 bambini gravemente cardiopatici, ai quali sono interamente destinati l’incasso e i fondi raccolti con le donazioni durante la serata.


Gigi, in tantissimi sanno chi sei e conoscono la tua musica. Ma tu come ti definisci?

Sono un uomo semplice, una persona alla quale piace pensare anche agli altri ed alla società.


Cos’è la musica?

La musica è l’elemento vitale, la colonna sonora della mia vita. Io praticamente respiro la musica. Vivo di musica!


In questi giorni, purtroppo, lo sport a Napoli e un po’ ovunque, è alla ribalta per il suo lato “brutto”. Ti piace lo sport?

Mi affascina. E mi piace tantissimo il calcio. Tifo per il Napoli e lo seguo sempre. Vado al San Paolo e credimi, mi capita di cambiare spesso settore. Non faccio distinzione e così, mi trovo ad assistere alla partita una volta in curva e l’altra, magari, nella tribuna insieme ai giornalisti. In più, ho mio figlio Danilo di 15 anni (papà Gigi ha anche una figlia, la gemella Melania, ndr.) che è appassionatissimo e mi coinvolge nelle sue partite.  


Tu hai cantato a Sanremo con i ragazzi di Scampia. Spesso questa zona di Napoli è al centro di mille chiacchiere e purtroppo, quasi mai, nulla di positivo. Cosa rappresenta Scampia?

Scampia è un contenitore di problematiche importanti. Mi dispiace che di Scampia si parli sempre, perchè nonostante le tante cose dette e fatte, laggiù le cose sono cambiate praticamente pochissimo. Questa cosa non va bene, e credo che tutti noi dovremmo rimboccarci le maniche per fare qualcosa di più.

L’esibizione di Sanremo con i ragazzi è stata una bella esperienza. Ancora oggi con loro (i 18 ragazzi di Scampia sono sotto l’ala protettrice di RaiTrade che ha inciso loro un disco, ndr.) ci sentiamo, e qualche volta ci incontriamo. Stanno crescendo e devono continuare a farlo, credendo nelle loro possibilità. Mi fa piacere e vorrei che fossero loro a spingere me, come spero di aver fatto io con loro al  Festival.

Quando non sei Gigi Finizio cosa fai?

“Faccio il Vesuvio” e mi guardo il mare! Si, “faccio conto” di essere parte della terra: non voglio fare nient’altro che osservare quello che mi circonda. Amo profondamente la mia Napoli.


Hai degli hobby?

Mi piace volare, anche se avendo poco tempo, mi ritrovo spesso a simulare il volo con il computer. Amo la pesca e quando posso mi dedico agli animali, ed in particolare ai cavalli.


Al di là del tuo, c’è un genere musicale che ascolti di più? Hai un cantante di riferimento?

Mi appassiona la voce di Steve Wonder. Lo ascolto e chissà, forse mi piace modellare le mie sonorità alle sue, ma in generale non seguo modelli, voglio essere me stesso.
Sono molto vicino al rock, ma quello molto particolare: per intenderci, quello di Vasco Rossi e Santana.

La conclusione della nostra chiacchierata è per risolvere una curiosità: Marcela Morelo e la collaborazione con lei per la cover “La Magia del vento”

Visto che me lo chiedi, ti dirò esattamente come è nato il duetto con Marcela.
Sai che lei è argentina ed è famosissima in Sud America. Ebbene, io ho la fortuna di avere un discreto seguito laggiù, tanto è vero che alcune radio messicane mi fanno letteralmente la corte affinché incida qualcosa per loro. Mi piace da sempre la voce di Marcela, ma tutto è nato da una chiacchierata con alcuni amici, così come stiamo chiacchierando io e te. Un giorno ci siamo decisi a contattarla, usando una serie di contatti pescati con un mix di maestria e sana inventiva napoletana, e così ecco che in poche settimane è venuta fuori “la magia del vento!”
È stata una bella collaborazione con una ragazza molto brava e ti assicuro molto simpatica. Non sarà l’ultima, perché mi ha promesso che appena può verrà in Italia.

Nell’attesa, l’appuntamento con Gigi Finizio è a Sorrento tra pochi, pochissimi giorni…


Salvatore Siviero



Gennaro Ruotolo è il giocatore italiano con più presenze nei campionati professionistici dalla Serie A alla C2. Ha vestito la maglia azzurra dell’Italia ed ha duellato con Diego Maradona. Gennaro ora vive a Sorrento e passa tanto tempo qui con noi all’Ulysse. Si trova bene, porta le sue bambine alla Scuola Nuoto, e lui stesso viene ad allenarsi in sala fitness, per modellare la forma fisica, e rendere meglio con il suo Sorrento in corsa per la C1.

Gennaro cos’è il calcio?
Il calcio è qualcosa che ho sempre fatto e mi piace fare. Per me che vengo da un paesino piccolissimo vicino Caserta (Santa Maria a Vico, ndr.), è stato, ed è,  una palestra di vita, mi insegna a vivere giorno per giorno.
Se poi mi chiedi una definizione, ti dico che il calcio è giocare con i miei amici al pallone!

Il calcio dal campo e quello che si vede in Tv: cosa cambia?
In campo si vivono sensazioni a ripetizione. Per me è la vita. In Tv è diverso. Quando sei seduto a guardare una partita ti capita di recepire cose e situazioni che nel mezzo del gioco non puoi prendere per te.

Giocavi da professionista negli anni 80 e lo fai adesso che siamo nel 2000: che differenza c’è, cosa è cambiato?
In alcune cose come strategia, regole e gioco in se, io non vivo grandi cambiamenti.
Non credo a quelli che dicono che oggi c’è meno tecnica e si corre di più. Il gioco per me è lo stesso perché la passione è intatta. Beh, in effetti per me non ci sono stati cambiamenti!

Hai affrontato tanti campioni in Serie A: chi è il migliore?
Assolutamente Maradona! Mi incantavo a vederlo giocare. Era bello carpirne i gesti e i lampi di tecnica geniale che aveva ad ogni tocco di palla: di certo non comuni!

E altri che ti hanno impressionato?
Mattheus e Klinsmann erano potenti e tecnici, Van Basten era eccezionale, Gullit credo fosse una vera e propria forza della natura, con i talentuosi e carismatici Vialli, Mancini condivido ricordi splendidi nei derby di Genova, e poi c’è l’elegantissimo Zola.  Loro, forse più di altri, ma ne avrei ancora tanti tanti ancora!

Capitolo allenatori: chi ti viene in mente? 
Il primo nome non può non essere Franco Scoglio. Mi ha insegnato a stare in campo.
Da “mediano di rottura”, io marcavo la mezzapunta avversaria, e lui mi ha spiegato tutto su movimenti, tagli, diagonali etc.
Con Bagnoli che era molto diverso da Scoglio (Gennaro lo definisce più concreto, ndr.) ho vissuto esperienze indimenticabili come la Semifinale di Coppa Uefa.
Poi ti potrei citare Salvemini, Cagni, Mascone e Canè, ma ne avrei anche altri, perché da tanti tecnici ho appreso qualcosa che mi è stato utile nella mia carriera.

Gli allenatori di oggi?
Credo che Spalletti e Prandelli siano molto bravi a gestire lo spogliatoio. Controllare il gruppo è un’arma determinante per la costruzione delle vittorie.

L’Italia è Campione del Mondo: Donadoni che tu conosci bene, come gestirà il trionfo ed il futuro?
Il dopo-Lippi è difficile e sarebbe una bella impresa per chiunque. Roberto è un ragazzo intelligente e preparato che sa gestire le situazioni di gioco e anche il gruppo. Ha avuto solo pochi mesi, per me merita fiducia perché ha le capacità di far bene

Andando a ritroso nel tempo e nella tua carriera, ci regali qualche emozione del tuo calcio?
Per chi ama il calcio, quando si segna e si vince è una bella emozione. Amare questo gioco è fondamentale per viverlo tutti i giorni con l’intensità necessaria per far bene. Mi ricordo di quando sono passato dall’Arezzo (dove Ruotolo era arrivato dal Sorrento) al Genoa (del quale poi è diventato il giocatore con più presenze in assoluto!). La prima volta a Marassi ed il primo gol nel derby con la Sampdoria è roba che mi mette ancora la pelle d’oca.
Facciamo così, visto che non posso raccontarvi le emozioni di tanti anni di calcio, vi invito a Sorrento a vedere la partita: le emozioni di allora sono quelle di oggi, venite e vedere voli stessi!

Sorrento 1984- Sorrento 2006: Gennaro Ruotolo allora ed oggi.
Allora ero giovanissimo e avevo vicino giocatori abituati alla categoria (C2 e poi C1 l’anno dopo, ndr.), mentre quest’anno è diversissimo a prescindere dai tanti anni passati. La squadra è giovane e i ragazzi sono quasi tutti neoprofessionisti. Te ne dico solo alcuni tra i tantissimi della rosa: Ripa, Maiorano e Marciano.
Faranno benissimo; vedrete che faranno parlare di loro…


Salvatore Siviero



Francesco Ripa

Il calcio è la cosa più bella che c’è!”  Comincia così la nostra chiacchierata all’Ulysse con Francesco Ripa giovane attaccante del Sorrento rivelazione della C2 di quest’anno, che nei momenti liberi dal calcio, riesce a trascorrere qualche ora con i ragazzi del Team-Ulysse.
Giocare a calcio è la mia passione e quello che faccio, per me è tutto”. A giudicare dal suo ruolino di marcia (11 reti nelle prime 11 gare di quest’inizio stagione), l’attaccante campano, quello che fa, lo fa decisamente bene.
In più, ad accendere la fantasia e gli entusiasmi dei tifosi del Sorrento, c’è quella maschera dell’Uomo Ragno (rosso-nera come i colori della squadra costiera), tirata fuori quasi magicamente per indossarla ogni volta che va a segno. Un regalo dell’addetto stampa della società, Michele Mauro, proprio per la sua grande confidenza con la rete, quella della porta avversaria.
Ormai a Sorrento è famoso come SpiderRipa che, dopo tante partite passate a tormentare le aree di rigore, vede la possibilità di calcare palcoscenici importanti. Per ora sta trascinando il Sorrento in C1, poi tra qualche mese potrebbe andare ben oltre…

Francesco che significato ha il calcio per te?
Te lo dico con poche parole, è la cosa più bella che c’è. La mia passione ed è proprio quello che mi piace fare.

Come hai cominciato a giocare a calcio?
Come tantissimi bambini ho dati i primi calci al pallone in strada con gli amici. Poi a 6 anni mio padre, che ama tantissimo il calcio,  mi ha portato alla scuola calcio “Spes” di Battipaglia (Salerno) dove sono stato fino a 16 anni, iniziando a prendere sempre più sul serio questa attività.

Quanto ti ha aiutato la passione di tuo padre?
Davvero tanto. Lui, tifosissimo della Juventus, ha sempre creduto in me, nonostante i problemi che ho da sempre all’anca (a 8 anni Francesco ha subito un operazione per ridurre lo scompenso fra i due arti inferiori, ndr), portandomi in giro sui campi della regione tra allenamenti, partite e provini.

Il tuo primo assaggio di calcio vero?
A 16 anni (era il 2001) passai alla Battipagliese (Serie D), e cominciai la stagione con la squadra Juniores. Realizzai 14 reti nelle 9 partite iniziali e così entrai nel giro della prima squadra. A novembre esordii in D e poi rimasi in campo per 18 partite, segnando anche una rete.

Da allora cosa è successo?
Ho giocato tante partite ed ho segnato anche qualche gol (44 tra D e C2 fino ad ora, ndr), ma soprattutto mi sono divertito. Molto.

Stanno arrivando i titoli di giornale e l’apprezzamento del mondo del calcio. Un pensiero di Francesco Ripa?
Penso che sto benissimo a Sorrento e devo dire grazie ad una società, ad uno splendido gruppo (che veleggia in testa alla classifica del girone C della C2) ed una città che mi sta facendo diventare uomo e calciatore.


Cosa chiede al calcio un ragazzo come te che si diverte tanto, giocando a quello che milioni di italiani considerano il gioco più bello del mondo?
Chiedo di giocare e divertirmi ancora per tanto e tanto tempo, magari arrivando più in alto possibile. Anche sono un grande tifoso del Milan e del mio idolo Pippo Inzaghi, il mio sogno è giocare nel Napoli e provare il brivido di scendere in campo al San Paolo.

Salvatore Siviero

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